Autore Topic: Rossi vs Socci  (Letto 1881 volte)

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Rossi vs Socci
« il: 07 Giugno 2008, 15:26:15 »
La "vita spericolata"?
È dei preti, non di Vasco

di ANTONIO SOCCI


Vasco Rossi ha preso cappello per il mio corsivo di martedì scorso. E ieri ha scritto una risentita replica sulla Stampa. Pensavo che, presentandosi come trasgressivo, irriverente e anarchico, avesse un po' di senso dell'umorismo e di autoironia. Invece si prende maledettamente sul serio. Mi spiace. Saper sorridere anche di sé rende più simpatici. Quello che è andato di traverso a Vasco è la mia battuta sulla citazione di Spinoza con cui ha iniziato il suo grande concerto. Ci tiene a far sapere precisamente il titolo dell'opera da cui è tratta e - piacendogli la vita esagerata - aggiunge addirittura un'altra frase del vecchio Baruch. Cosa che probabilmente fa di Vasco il maggior esperto vivente del filosofo seicentesco. Nulla in contrario: è un luminare.

Resta la mia perplessità sul fatto che il malinconico Spinoza possa essere considerato il simbolo della «gioia». Avesse evocato Mozart o Francesco d'Assisi avrei capito. Ma Spinoza francamente no. E Vasco? Dice: "Noi musicanti con la nostra musica portiamo un po' di gioia". La levità delle sue canzoni, l'allegra gioia di vivere che le connoata in effetti è proverbiale. Si può rappresentare con alcuni titoli emblematici: "Fegato, fegato spappolato", "Sono ancora in coma", "Ti taglio la gola", "Valium", "Siamo soli", "Mi si escludeva", "Io perderò".

Ora - parlando seriamente - le canzonette di Vasco in genere piacciono (anche a me) precisamente per la loro tristezza (anche se a volte è una disperazione compiaciuta e un maledettismo recitato). E' poesia saper cantare lo spleen e quanto è triste Bologna. Non che Vasco sia Baudelaire o Rimbaud, ma talora sa esprimere con accenti veri e giri armonici piacevoli il male di vivere e lo smarrimento della vita quotidiana. Questo è il suo talento: la disperazione, non certo la "gioia". Tanto è vero che ci ha costruito una carriera piena di soddisfazioni. Discutibile è - a mio parere - la sua invettiva contro il Potere. Non se ne può più di questi cantanti (attempati e) benestanti che si atteggiano a guru della "rivolta" e della protesta, proponendosi come maestri di vita e comizianti. Una volta Vasco realisticamente disse: "Io non sono un predicatore. Se parli finisce che fai una predica, io non sono mica Celentano. Per carità."
Avrebbe fatto bene a restare di questa idea ed esprimersi con le canzoni (che safar bene). Ma il successo, si sa, porta a esagerare. E allora uno s'impanca a predicatore, pontifica sulle sorti del mondo, sulla politica, sul Potere. A me i suoi sembrano messaggi molto conformisti, che fanno parte della mentalità dominante la quale, appunto, è il Potere. Non a caso una star come lui è idolatrata da migliaia di persone paganti e osannanti. E' ripreso in prima serata dalla televisione ed esaltato dai giornali.

Il miliardario gioca al ribelle

Mi pare che un miliorario quasi sessantenne, sebbene abbigliato da ventenne scapigliato, resti pur sempre un borghese che sta in questa società e nel redditizio mondo della musica (la grande multinazionale dell'immateriale) come un topo nnel formaggio. Dunque fa parte del sistema e anche - volente o nolente - della tristezza della mentalità dominante.

[Continua]



"La fatica in salita per me è poesia" (M. Pantani)
"A nde cheres de cozzula Jubanna? Si no t'hamus a dare pane lentu"

Tessera #1 del club "Rivogliamo l'icona col ciuccio"